Notizie

2012 Comuni Ricicloni

L’ottava edizione di “Comuni Ricicloni” si svolge in un momento in cui, ancora una volta purtroppo, si vanno sempre più materializzando gli spettri di una nuova fase di emergenza. Nell’ultimo anno, indubbiamente, si è concretizzato ben poco per superare la storica carenza strutturale che pregiudica la corretta gestione dei rifiuti in Campania. Oggi, infatti, risultano funzionanti solo 3 impianti di compostaggio (Teora, Molinara e Salerno) con una capacità complessiva irrisoria rispetto a quella richiesta dalla attuale produzione di organico da raccolta differenziata, divenendo la gestione di questa matrice oltremodo onerosa per i Comuni costretti a trasferirla fuori regione (circa 200 euro a tonnellata per l’umido, rispetto a 90 euro spesi per l’indfferenziato). Gli impianti STIR permangono quasi tutti nello stato di inadeguatezza funzionale rispetto all’originario concepimento come impianti di CDR, per cui sono in grado di produrre esclusivamente, ma sempre onerosamente, Frazione Secca Tritovagliata, destinata alla termovalorizzazione, e Frazione Umida Tritovagliata, destinata allo smaltimento in discarica. La capacità residua delle 3 discariche operative (Savignano Irpino, Sant’Arcangelo Trimonte e San Tammaro) equivale a pochi mesi di autonomia. In questo scenario, i rifiuti campani continuano a viaggiare onerosamente per altre regioni d’Italia (con le note difficoltà rispetto alla loro classificazione tra urbani e speciali), nonché per l’estero, dove, come novità, partono anche via mare. Continuano, inoltre, le visite della delegazione della Commissione Europea, attivatasi in seguito alla petizione per l’apertura di discariche nell’ambito del perimetro del Parco Nazionale del Vesuvio, in ragione delle violazioni delle norme comunitarie e nazionali in materia di rifiuti e del conseguente avvio delle procedure di infrazione comunitaria. Alcuni mesi fa è tornata in Campania la commissione europea sulle petizioni, per sbloccare i 150 milioni di euro bloccati. Avendo riscontrato la mancata soluzione del problema ha provveduto alla messa in mora dell’Italia. Se la situazione resterà tale sarà difficile per essa erogare i finanziamenti. A descrivere più compiutamente il perdurare delle criticità annualmente registrate, bastano poche, ma significative, informazioni: Se è vero, come a?erma la Regione Campania, che siamo intorno al 40% di raccolta differenziata (37% nel 2011) siamo ben lontani dal 65% previsto entro il 31.12.2012 dalle norme comunitarie e nazionali. Una soluzione vera per le “ecoballe” ancora non si intravede, nonostante l’accordo, siglato il 25.03.10 tra la Regione Campania e i Comuni di Villa Literno e Giugliano. Il commissariato, nella relazione finale, ha stimato in 8 milioni di tonn. “mummificate” le ecoballe presenti sul territorio campano. Dopo Salerno, Avellino, Caserta, anche Napoli ha avviato la raccolta porta a porta in alcuni quartieri, ma ancora non riesce ad estenderla a tutta la città. Ancora con riferimento all’impiantistica, dopo l’inaugurazione dell’impianto di compostaggio di Salerno, stentano ad attuarsi gli impianti di digestione anaerobica dei rifiuti umidi presso lo Stir di Tufino e quello preannunciato per Giuliano, nonché il completamento degli impianti di compostaggio di Giffoni Valle Piana, Eboli e San Tammaro, che anche se ancora insufficienti darebbero comunque un grosso aiuto alla risoluzione del problema. Le bonifiche stentano a partire e i territori della Campania sono ancora appestati dai rifiuti, problema che Legambiente continua a registrare nel suo annuale rapporto Ecomafia (la terra dei fuochi, il triangolo della morte), con riferimento al traffico illecito di rifiuti speciali, tossici e nocivi spesso provenienti dal Nord e smaltiti illegalmente nei territori del casertano e del napoletano, che ha determinato la nomina di un Prefetto con poteri di coordinamento tra le forze dell’ordine, dopo le intese avviate dal Prefetto di Napoli con gli enti locali, comitati di cittadini e varie associazioni di categoria ed ambientaliste. Inoltre va ricordato che due mesi fa sono state arrestate 7 persone e sequestrati vari ettari di terreno, altamente inquinati, nei pressi dell’area di stoccaggio di Ferrandelle. Se come abbiamo sempre affermato nel corso delle varie edizioni la difficile gestione in termini infrastrutturali ed organizzativi dei rifiuti solidi urbani, seppure molto importante e grave, è certamente un problema secondario rispetto alle infiltrazione della malavita nel ciclo dei rifiuti speciali e tossici e nocivi con la complicità delle istituzioni e degli imprenditori del nord, va sottolineato che è ormai su un binario morto il tentativo di far partire il sistema di controllo sul trasporto e smaltimento illecito dei rifiuti tossici e nocivi (SISTRI). Anzi sono state aperte delle inchieste sulla ditta che doveva operare e ci sono diverse audizioni in Commissione Bicamerale d’inchiesta sul traffico illecito dei rifiuti che testimoniano l’intreccio torbido intorno alla vicenda. Questo quadro più che mai rende ragione della opportunità di premiare i tanti comuni campani e le loro amministrazioni, che nonostante le numerose difficoltà riescono a raggiungere ottime performances di raccolta differenziata. Grazie anche all’impegno dei cittadini, oltre che alle buone pratiche attivate, la Campania migliore si arricchisce ogni anno di un numero maggiore di Comuni Ricicloni: sono oltre 200 i Comuni della Campania ad aver superato il 55% di raccolta differenziata nel 2011. A fronte di una situazione di sostanziale stasi della infrastrutturazione del Ciclo Integrato dei Rifiuti in cui permane la Campania, forse l’unica novità da registrare è che finalmente è stato approvato il piano Regionale per la Gestione dei Rifiuti Urbani (pRGRU), attualmente a tutti gli effetti vigente. Peccato, tuttavia, che quello che poteva essere uno strumento di svolta – necessario, anche se di per sé non risolutiva – non configura affatto, soprattutto in prospettiva, scenari promettenti. Si deve, infatti, registrare ancora una volta di aver perso l’occasione di controvertire il tremendo quindicennio di gestione dissoluta della problematica dei Rifiuti che ha visto la Campania richiamata al “disonore” della cronaca a livello mondiale. Il Piano, purtroppo, ha disinvoltamente disatteso i principi di tutela ambientale e di sostenibilità recati dal quadro di riferimento normativo regolamentare sovraordinato in tema di rifiuti. Laddove questo ben chiarisce l’ordine di priorità – “prevenzione”, “preparazione per il riutilizzo”, “riciclaggio”, “recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia” e “smaltimento” – definito dalla strategia comunitaria di gestione dei rifiuti, il Piano ha puntato prioritariamente sulla strategia di recupero di energia. Assumendo quale obiettivo il 50% di raccolta differenziata, fortemente inferiore all’obiettivo disposto dalla legge del 65% già per il 2012, il Piano ha così definito un fabbisogno impiantistico improntato sul ruolo prevaricante del trattamento termico (si legga “termovalorizzazione”), rinunciando così a perseguire sia il rispetto della gerarchia delle priorità nella gestione dei rifiuti, sia gli obiettivi della Raccolta Differenziata. Queste scelte decisamente sminuiscono il ruolo e la portata del Piano ed attestano evidentemente l’incapacità di individuare le soluzioni più adeguate alla gravità perdurante della situazione campana. In tal senso il Piano è stato, di fatto, derubricato a mero atto di adempimento formale di legge, svilendo la propria prerogativa fondante, per divenire una sorta di “strumento neutro se non addirittura deviante”, non teso ad esercitare una sostanziale promozione della più coerente e bilanciata implementazione delle azioni necessarie alla gestione dei rifiuti. Diversamente il Piano, integrando opportuni strumenti ed indirizzi, avrebbe dovuto configurarsi come concreto atto di esercizio dell’attività di governo della Regione Campania, al fine di trasporre alla scala territoriale l’articolato di principi, criteri, indirizzi, che le Politiche Comunitarie e Nazionali hanno disposto e, che con estrema chiarezza, sono declinati nel quadro normativo regolamentare di settore. Il Piano avrebbe dovuto porre condizioni di cogenza per scelte, criteri, modalità, termini e tempi funzionali all’attuazione di azioni volte al rispetto della gerarchia nella gestione dei rifiuti e al conseguimento del target al 65% di raccolta differenziata, anche a mezzo di incentivi/disincentivi compensativi e di dispositivi vincolanti per l’adozione di criteri, per il rispetto di priorità, della definizione dei procedimenti e delle titolarità. Allo scopo, il Piano avrebbe potuto, ad esempio, adottare il “principio di integrazione funzionale”, consistente nel vincolare l’unitarietà delle attività di gestione di tutte le matrici dei rifiuti urbani, dall’indifferenziato al differenziato, in modo da consentire oltre le sinergie gestionali anche la compensazione dello sfavorevole rapporto “costi/benefici” tra le stesse. Nella pratica, si sarebbe dovuto assicurare che il soggetto a cui fosse affidata la gestione dei rifiuti urbani di una determinata area territoriale si dovesse occupare sia della promozione della riduzione, che della massimizzazione della differenziazione e del riciclo, che del recupero energetico e dello smaltimento, opportunamente incentivato verso le pratiche prioritarie strategiche. Ciò, facendo in modo che le economie derivanti dal recupero energetico e dallo smaltimento in discarica – disincentivandone al contempo il ricorso attraverso opportune leve tari?arie – venissero utilizzate per coprire i costi del perseguimento della riduzione, della differenziazione e del riciclo. A testimoniare questo svilimento del Piano, è inoltre il rinnovato ricorso all’approccio commissariale straordinario che ha riguardato la individuazione di siti di discarica priva di ogni organicità di approccio da determinarsi con una corretta pianificazione di settore. Per inciso, va anche sottolineato che secondo la Corte dei Conti, 16 anni di commissariamento hanno prodotto siti inquinati, emergenze sanitarie, multe da pagare e spreco di 2 miliardi di euro. Volendo riferirsi ad altre evenienze che si sono prodotte in quest’anno a livello normativo e che possono costituire un reale fattore di novità per le ricadute sulla gestione del ciclo dei rifiuti, va segnalata la Legge 135/2012, meglio conosciuta come spending review, che ha stabilito che l’organizzazione e la gestione dei servizi di raccolta, avvio a smaltimento e recupero dei rifiuti urbani costituiscono funzioni fondamentali dei Comuni, piuttosto che delle Province. Tale Legge si è aggiunta ed è a complemento delle disposizioni recate dalla Legge 214 del 2011, cosiddetta salva-Italia che, abrogando sia la Tarsu che la Tia, ha istituito in tutti i Comuni, a partire dal 1 gennaio 2013, il tributo comunale sui rifiuti e sui servizi (Res o Tares) a copertura dei costi dei servizi di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati avviati allo smaltimento, nonché di taluni altri servizi comunali. In Campania, salvo deroghe o eccezioni possibili, dovrebbe essere dunque rispettato il termine del 31 dicembre 2012, già previsto dalla Legge 26 del 2010 (che a quella data aveva fissato la fine dell’emergenza rifiuti in Campania, durata 15 anni!), che segna la fine della dicotomia esistente tra, da un lato, l’affidamento alle Province del ciclo di gestione integrata dei rifiuti e dell’ accertamento e riscossione della Tarsu e della Tia per far fronte agli oneri finanziari necessari, e dall’altro l’attribuzione ai Comuni della gestione delle attività di raccolta, spazzamento e trasporto dei rifiuti e di smaltimento o recupero inerenti la raccolta differenziata. Anche i Comuni della Campania quindi dal 1 gennaio 2013 torneranno titolari esclusivi delle competenze relative al servizio comunale di gestione dei rifiuti urbani ed assimilati ed alla riscossione dei relativi tributi. Ma perché ciò avvenga, ovviamente, è necessario, che secondo i dettami di legge, entro fine anno la Regione Campania proceda alla riorganizzazione delle competenze tra Province e Comuni. Legambiente, nel ribadire che il vero problema resta lo smaltimento illecito dei rifiuti tossici e nocivi, ritiene indispensabile la riduzione della produzione dei rifiuti, la costruzione degli impianti di compostaggio, accompagnate da una raccolta differenziata spinta, eliminando imballaggi inutili, riducendo i beni usa e getta, adottando il sistema secco – umido, porta a porta, in tutti i comuni della regione, applicando puntualmente la tari?a, premiando i cittadini virtuosi. Se tutto ciò venisse attuato non servirebbero altri inceneritori. Legambiente ritiene che solo riacquistando fiducia nei cittadini, bonificando i territori contaminati sui quali vivono, lo slogan “Voler Bene alla Campania” non resterà tale ma testimonierà un reale e profondo cambiamento.